Al numeroso coro di persone autorevoli che hanno levato, o leveranno la loro voce per ricorda la figura di Don Eugenio Andreoli, così ricco di umanità, voglio unirmi timidamente anch'io per portare la mia piccola testimonianza, che vuole essere espressione e voce della gente umile e povera per la quale DonEugenio ha sempre avuto una attenzione particolare. Pur ritenendomi il più piccolo dei suoi amici ho avuto il privilegio di essergli stato vicino in questi ultimi quindici anni e di ascoltare spesso le sue confessioni.
Quando, nel tardo pomeriggio della domenica 24 maggio 1987, la salma di Don Eugenio partì dall'Ospedale Civile di Loiano per essere trasportata alla Chiesa Parrocchiale di Scascoli, dove, il giorno dopo, si sarebbero svolte le solenni esequie, nel numeroso corteo di macchine che l'accompagnavano, c'ero anch'io, alla guida della mia FIAT 126.
Durante il lungo percorso che attraversò il centro di Loiano, Sabbioni, Anconella, La Guarda, oltre al dolore che mi saliva dal cuore per aver perso in Don Eugenio un confidente e un amico, mi si presentava alla mente una quantità di ricordi che mi inducevano a fare considerazioni e a pormi interrogativi.Chissà quante volte, mi dicevo, DonEugenio avrà fatto, da vivo a piedi, quel viaggio da Loiano a Scascoli che ora faceva per l'ultima volta, non più solo, con la mano alzata, per mendicare un passaggio alla prima macchina in arrivo, ma accompagnato da una marea di gente che si stingeva intorno alla sua bara per dirgli tutto il suo affetto e tutta la sua riconoscenza.
Quel lento incedere verso la Chiesa di Scascoli, dove Don Eugenio avrebbe finalmente la consolazione di veder raccolti intorno a sè e intorno all'altare tutti i parrocchiani e tutti gli amici, mi richiamava, pure, alla mente il suo incessante pellegrinare da una parrocchia all'altra per assicirare il servizio religioso alle diverse comunità che la fiducia del vescovo gli aveva affidato.
Tutti sanno che Don Eugenio non era motorizzato cadendo da una motoretta quando era ancora giovane, aveva preso un tale spavento da indurlo all'idea di prendersi la macchina e la patente di guida. Perciò quando aveva bisogno di muoversi, doveva viaggare a piedi, con l'ansia di non poter arrivare in tempo, a meno che non avesse trovato qualche imbarco di fortuna.
Mi veniva spontaneo definirlo: un prete sempre in cammino sulle strade del mondo a mendicare un passaggio per non mancare, od arrivare in ritardo, agli appuntamenti con il suo Dio e colle anime affidate alle sue cure pastorali
Mentre il corte di auto procedeva mi veniva spontaneo domandarmi: perchè mai tante macchine e tanta gente per accompagnare un prete in un'epoca in cui il sacerdote è guardato con indifferenza a abbandono alla solitudine ?.
La risposta più convincente che mi si affacciava alla mente era questa: DonEugenio pur essendo un prete uguale agli altri, aveva in sè qualcosa che lo distingueva dagli altri. Ciò che rendeva Don Eugenio simpatico alla gente era il suo schietto umorismo e il suo gioioso attaccamento alla vita.
Aveva, come i ragazzi, il dono d saper vedere nelle persone e nelle cose il lato buffo, per cui il suo incontro con gli altri e il suo conversare erano sempre scanditi dalle sue uscite spiritose che generavano ilarità e simpatia, abbattanedo così gli eventuali steccati che si frapponessero tra lui e i suoi interlocutori.
Il fatto che Don Eugenio fosse sempre allegro e amante dello scherzo, lo doveva alla sua non comune intelligenza e alla sua perspicace intelligenza che gli avevano fatto capire che la vita è un dono inestimabile, per cui va sempre vissuta con gioia, quasi ad esprimere la nostra riconoscenza verso Colui che ce l'ha data.
Chi, come me, è stato vicino a Don Eugenio in questi ultimi anni, sa quanto egli fosse attaccato alla vita e quanto gli sia costato rassegnarsi al pensiero di dover lasciare questa terra, perchè questo signidicava distaccarsi dalle tante persone che egli sinceramente amava e alle quali aveva dedicato 45 anni di ministero sacerdotale.
Quando si accorse che le sue forze, col passar dei giorni, andavano diminuendo, avrebbe voluto che parrocchiani ed amici gli fossero sempre vicini, sopratutto quande celebrava l'Eucarestia, perchè con la loro presenza davanti all'altare, gli dessero la prova che il suo lavoro di sacerdote non era stato vano.
Qualora, in occasioni di celebrazioni, che egli organizzava spesso per dare ai suoi fedeli la possibilità di confessarsi s'accorgeva che pa partecipazione del popolo era scarsa, andava soggetto a crisi di sconforto fino al punto di mettersi a girdare, una volta rientrati in sagrestia: in tanti anni di ministero non ho concluso assolutamente nulla !.
Io, poi,lo consolavo dicendo di aver trovato a Scascoli anime veramente buone, ricche di fede e di virtù, e che, comunque i frutti di un apostolato non si misurano dal grado di partecipazione della gente a qualche ufficiatura dei giorni feriali quando i più sono al lavoro, ma dalle convinzioni e dalle certezze di fede che il pastore d'anime è riuscito a trasmettere ai suoi fedeli.
In una zona di scarsa popolazione come Scascoli, specie dopo l'esodo di questi ultimi anni verso la città, Don Eugenio aveva fatto della sua canonica una casa aperta a tutti, dove molto spesso eccheggiavano vodi di parrocchiani ed amici. Perfino comitive di giovani andavano a passare delle serata da lui per divertirsi ad ascoltare le sue allegre barzellette, ma anche per godere della sua amabile conversazione ed ascoltare i suoi saggi ammonimenti.
La fama della sua disponibilità ad accogliere chiunque avesse bussato alla sua porta era giunta fino al paese di Vado, tanto è vero che un giorno, mentre ormai si avvicinava il passaggio del fronte, Don Eugenio si vide arrivare un sacerdote dallo sguardo allucinato e in preda al terrore, il quale buttandogli le braccia al collo gridò: "Don Eugenio, sono nelle tue mani ! E' successo una cosa terribile !... i bombardamenti hanno raso al suolo la mia Parrocchia !".
Era don Eolo Cattani, parroco di Vado, che sopraffatto dalla paura e dallo sconforto per aver visto crollare sotto la furia dei bombardamenti la chiesa e tutte le case del paese, era fuggito fino a Scascoli per chiedere ospitalità.
Va dato atto a Don Eugenio di aver saputo intrecciare rapporti di amicizia, non solo coi laici, ma anche con tanti sacerdoti che onorava accogliendoli festosamente in casa e accordando loro piena fiducia. Questo l'ho sperimentato personalmente anch'io, perchè nonostante tutti i miei limiti, mi affidava, di preferenza, il ministero delle confessioni. Tutte le volte che indiceva delle celebrazioni mi invitava anche se non avessi potuto dire messa; gli bastava che io fossi presente per attendere alle confessioni.
Forse aveva notato che i fedeli si orientavano volentieri verso il mio confessionale e questo lo rendeva oltremodo felice, accrescendo il numero di coloro che si accostavano alla confessione, avrebbe accresciuto anche i commensali alla mensa del Signore.
Era questo il traguardo a cui Don Eugenio desiderava ardentemente portare i suoi fedeli.
Mi ha sempre sorpreso il fatto che Don Eugenio, pur così intelligente e da tutti stimato, mi degnasse di tanto rispetto e di tanta attenzione al punto di far nascere in me il presentimento di essere uno dei suoi prediletti. Ma forse mi sbagliavo a pensarla in questo modo, perchè chi sa amare in modo autentico, come sapeva fare Don Eugenio. non può lasciare, in tutti coloro che incontra, l'impressione di essere amati con amore di predilezione.
Pur ammettendo che le cose stessero veramente così, non sfuggico, tuttavia, alle tentazioni di domandarmi se esistessero altre motivazioni che giustificassero una tale benevolenza nei miei confronti, e trovavo che Don Eugenio, venendo a Scascoli come parroco succedeva a Don Agelo Galli che era mio cugino in secondo grado, in quanto sua madre, Rossetti Filomena, era sorella di mio nonno.
A motivo di questa mia parentela, io ero andato diverse volte a Scascoli per far visita a Don Angelo, specie quando fù colpito dal brutto male che lo portò akka tomba il 22 luglio 1942, dopo aver esercitato il ministero sacerdotale per 43 ammi in quella parrocchia.
Don Eugenio riservava anche a me un pò di quella simpatia che giustamente nutriva per il mio predecessore. Didìfatti don Angelo era un sacerdote noto per per il suo spirito di pietà, per la sua assoluta dirittura morale e per la sua spiccata devozione alla Madonna.
Sotto la sua guida la comunità di Scascoli si distinse per la sua esemplare frequenza alla chiesa e per aver dato alla Diocesi numerose vocazioni sacerdotali e religiose.
Era un prete che predicava il vangelo più colla vita, che colle parole. Ricordo di aver ascoltato una delle sue omelie domenicali: poche frasi pronunciate lentamente che egli faceva scendere come dall'alto su un uditorio sorprendentemente attento e silenzioso.
Ad ogni frase faceva seguire una pausa abbastanza lunga, forse per dare ai suoi ascoltatori la possibilità di assmilare il contenuto di quanto stava dicendo.
Nonostante fosse un uomo di corte parole, la parrocchia lo seguiva in modo lodevole. Don Eugenio, entrando a Scascoli, trovava quindi una situazione religiosa ideale, di cui doveva essere riconoscente la suo antecessore.
Ma i ricordi che mi legano a Don Eugenio non si limitano agli incontri che io ho avuto con lui nel lungo periodo in egli è stato parroco a Scascoli; essi mi portano assai lontano nel tempo, addirittura al 1931, l'anno in cui entrai in Seminario.
Fin dai primi giorni di vita da seminarista ebbi modo di conoscere Don Eugenio Andreoli, non solo perchè la camerata in cui studiava e dormiva coi suoi compagni di terza liceo era posta al piano immediatamente superiore a quello dove alloggiavo io, ma anche perchè aveva avuto l'incarico dai superiori di leggere in refettorio durante il pasto.
Guardando quel chierico alto come una pertica e macilento come un anacoreta, ascoltando la sua voce nasale che ogni tanto ripeteva il nome strano del santo di cui leggeva la vita, mi si impresse così fortemente la sua fisionomia nella mente da non dimenticarla mai più. Il libro che leggeva era la vita del Cottolengo, il santo torinese noto universalmente per aver fondato la Piccola Casa della Divina Provvidenza che accoglie gli esseri umani più niborati nel fisico che la società rifiuta.
A me, fanciullo, sembra impossibile che un santo potesse chimarsi con un nome così strano !
Finito il passaggio del fronte e ritornato a Scascoli, Don Eugenio trovò la sua Chiesa diroccata e alcuni parrocchiani che piangevano sulle sue rovine. Egli li confortò affermando che l'avrebbe ricostruita più grande e più bella.
Si accinse infatti, quasi subito, a questa immane fatica, che prolungandosi nel tempo, gli faceva esclamare, mettendosi le mani nei capelli: "Ma cosa ho fatto mai a imbarcarmi in una impresa così rischiosa !".
Con tanta pazienza e tenacia riuscì a portarla a termine, anche perchè ebbe l'aiuto e incessante collaborazione dei suoi bravi parrocchiani. Ne venne fuori una piccola basilica col soffitto a cassettoni, con i vetri istoriati e un altare che è una autentica opera d'arte e, quel che più sorprende, costruito con bossoli residuati bellici fusi insieme. In questa chiesa Don Eugenio profuse per tutto il suo spiccato gusto artistico e tutta la passione che fin da giovane aveva avuto per l'arte e le cose belle.
A un Monsignore, venuto da Bologna, per rendersi conti dei lavori eseguiti per la costruzione della nuova chiesa e che criticava Don Eugenio per aver costruito una cattedrale nel deserto, data la scarsa popolazione locale, Don Eugenio rispondeva che la sua chiesa doveva essere la casa del medesimo Signore che abita nelle cattedrali cittadine.
I parrocchiani di Scascoli, guardando e frequentando questo tempio avrebbero dovuto scorgervi il segno perenne delle fede in Dio, del loro parroco e la prova concreta del suo amore per loro.
Degli ultimi giorni di Don Eugenio, ricordo di essere stato presente alla sua ultima omelia tenuta nella chiesa di Livergnano in occasione di una concelebrazione di un suffragio.
Mi meravigliò, non poco, che egli, nonostante le sue peggioranti condizioni di salute, avesse voluto sobbarcarsi quella fatica improba e, per di più, non necessaria.
In quegli sforzi che faceva, in quel sudore che gli grondava dal viso si poteva leggere il suo insopprimibile desiderio di continuare a fare il prete.
Poco tempo dopo seppi cheegli era stato ricoverato all'Ospedale di Loiano dove, di ritorno da una ufficiatura a Scascoli, lo trovai in preda alla smania e, a tratti, fuori di sè.
Ciò nonostante, appena lo vidi, balzò a sedere sul letto e, alzando le braccia veros il cielo, mi esprimeva tutta la sua meraviglia e tutta la sua gioia per quella visita.
Mi fermai pochi minuti durante i quali mi chiese da dove venivo, dimentico di essere stato lui a invitarmi per quell'ufficiatura; poi pregammo un pò insieme la Madonna, quindi gli dissi addio, promettendogli che avrei continuato a pregare per lui.
Due giorni dopo spirava...
Il suo funerale, più che la partecipazione a un evento luttuoso, fù per i presenti un incontro gioioso, pur nel comprensibile dolore della sua perdita.
Con quelle esequie non si celebrò la scomparsa di un sacerdote da questa terra, quanto piuttosto il suo ingresso in cielo.
Nonostante il giorno feriale, la gente accorsa fu assai numerosa, numerosissimi poi i sacerdoti che concelebrarono la S. Messa, presieduta dal Vescovo Ausiliare Mons. Zarri, e poi accompagnarolo la salma al piccolo cimitero, posto in cima alla collinetta prospiciente alla facciata della chiesa.
Quella salma, portata a spalla, in mezzo a un'ottantina di sacerdoti e seguita da una folla orante, sembrava la Chiesa della terra che si librava verso l'alto per consegnare alla Chiesa del cielo l'anima benedetta di quel sacerdote, che avendo amato con tanta cordialità tutti quelli che aveva incontrato sul suo cammino, meritava di essere riamato.
Finite le esequie e calata la bara nella fossa scavata nella nuda terra, davanti alla cappella dove riposano i resti mortali del suo predecessore Don Angelo Galli e dei suoi famigliari, mi accinsi, col pianto nel cuore, a lasciare il cimitero.
Scendendo la scalinata mi veniva da pensare che, se noi pellegrini sulla terra eravamo in lutto per aver perduto, in quel compagno di viaggio, un padre, una guida, un amico, la Chiesa del cielo era in festa perchè Don Eugenio veniva ad accrescere il numero degli eletti.
Chissà come sarà stato gioioso l'incontro di quell'umile prete di montagna con Cristo, l'eterno e sommo sacerdote, e con le tante anime da lui salvate e che, immagino, gli saranno andate incontro per dirgli tutta la loro gioia per vederlo di nuovo in mezzo a loro, e anche la loro infinta riconoscenza per averle guidate e sorrette nel cammino della vita fino al porto della salvezza.
Termino queste righe con un messaggio che rivolgo, in nome di Don Eugenio, a tutti coloro che l'hanno amato e conosciuto sulla terra:
"Dal cielo dove egli è salito colla sua anima, Don Eugenio continua ad amarci e ci aspetta in paradiso.
Nessuno manchi all'appello !
La strada la conosciamo: mettere in pratica quello che ci ha sempre insegnato".
Questo messaggio lo rivolgo a tutti, ma in modo particolarissimo ai parrocchiani di Scascoli, Anconella e Livergnano che furono oggetto delle sue cure pastorali, di un sacerdote così bravo e così buono come don Eugenio.
Don Leopoldo Rossetti
Parroco di Piamaggio
